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Quando Dio parla di Se stesso usando il “noi”

  • Magazine

Di John Metzger

Il concetto della natura trinitaria del Dio d’Israele per gli ebrei è tradizionalmente la cosa più difficile da credere ed accettare. Ogni tentativo di spiegare il mistero del Dio trino ad un ebreo deve essere fondato sulle Scritture ebraiche. Uno dei punti da presentare riguarda i pronomi che Dio sceglie di usare riferendosi a Se stesso. Questo articolo fa luce su questi pronomi. È basato su un capitolo dell’eccellente libro di John B. Metzger Discovering the Mystery of the Unity of God.

Dio è Uno soltanto e ciò nonostante ha una pluralità, poiché Egli si riferisce a Se stesso nel contesto della pluralità, usando dei pronomi plurali. Nelle Scritture ebraiche ci sono quattro riferimenti al pronome personale plurale, Dio le usa parlando di Se stesso per indicare pluralità. Di questi quattro riferimenti, tre si trovano nella Genesi: nel racconto della creazione (Gen. 1:26), nella caduta dell’uomo (Gen.3:22) e nella confusione delle lingue alla torre di Babele (Gen. 11:7). Il pronome plurale che rimane si trova in Isaia 6:8. La cosa interessante è che in questi versetti i nomi di Dio sono usati in combinazioni diverse. In Genesi 1:26, è Elohim il nome plurale di Dio, che sta parlando. In Genesi 3:22, troviamo Yahweh Elohim, con il primo nome singolare e il secondo nome plurale. In Genesi 11:7 solo Yahweh è menzionato, mentre in Isaia 6:8, è Adonai, un altro nome plurale di Dio. I nomi principali di Dio sono tutti usati col pronome personale plurale “noi”, quindi, sia i pronomi personali plurali, che i nomi di Dio, supportano l’unità plurale di Dio.
La più grande controversia che riguarda i pronomi plurali ruota intorno a Genesi 1:26. Spesso gli autori fanno riferimento a questo versetto quando devono prendere in considerazione gli altri tre brani di riferimento.
In Genesi 1:26, Dio disse “Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.
Dio ha usato la parola “facciamo” e “nostra” in relazione a Se stesso, e questo ovviamente fa riferimento a due o più persone. In ebraico, il nome usato per indicare Dio in questo versetto è Elohim, un termine plurale. Il pronome “noi” descrive Elohim quando era sul punto di creare l’uomo a Sua immagine e somiglianza. Le due parole ebraiche tradotte “a nostra immagine” e “nostra somiglianza” hanno suffissi plurali. Le parole “immagine” (selem) e “somiglianza” (demut) sono al singolare. Chiaramente l’unicità del pronome personale al plurale in Genesi 1:26 attira l’attenzione sulla scelta di parole specifiche per indicare specifiche azioni di Elohim. Il pronome “nostra” è legato alle due parole singolari “immagine” e “somiglianza”, mostrando al plurale Colui che parla e allo stesso tempo confermando la Sua unità.
Alcuni studiosi ebrei, ed un certo numero di studiosi cristiani, hanno cercato di screditare il pronome personale plurale usando una o più delle quattro tesi che seguono. La prima è che Dio ha usato le parole “noi” e “nostra” in riferimento alla Sua “corte celeste”, la quale include angeli, figli di Dio, e serafini; la seconda tesi sostiene che sia un riferimento all’uso del “plurale maiestatis”; la terza la mette in relazione al “plurale di deliberazione”; e la quarta sostiene che Dio si stava riferendo alla terra che aveva appena creato, affinché Lo assistesse.

LA CORTE CELESTE
La prima tesi si delinea nei seguenti commenti, che troviamo nell’interpretazione ebraica del pronome personale plurale “noi” contenuta nella Tanakh. Lo studioso biblico e autore Nahum Sarna (1923-2005) si relaziona alla questione di Elohim e del pronome “noi” dicendo: “Questa è una versione israelita delle assemblee politeiste del pantheon monoteizzato e depaganizzato.” Sarna dimostra la sua resistenza al pronome personale plurale notando: “Elohim è un termine comprensivo riferito ad esseri sovrannaturali e spesso è utilizzato per indicare angeli.” Asserisce che in Genesi 35:7 gli angeli sono visti come esseri divini.
C’è un’altra interpretazione ebraica, di Israel Wolf Slotki (1884-1973), nella serie Soncino, la cui sorgente d’autorità è il Rabbino Abraham Ibn Ezra (1092-1167) e David Kimchi (1160-1235). Slotki dichiara che il “noi” di Isaia 6:8 rappresenta l’esercito angelico.
Secondo il famoso rabbino medievale Rashi (1040-1105), Dio si stava dimostrando rispettoso e di buone maniere ed umile chiedendo il permesso ad esseri inferiori (angeli) di creare l’uomo a loro immagine:
“Noi faremo l’uomo” – benché non l’avessero assistito nel formarlo e sebbene questo (l’uso del plurale) possa dare agli eretici un’occasione di ribellione, il brano non si trattiene dall’insegnare la condotta più propria e la virtù dell’umiltà, cioè che il più grande dovrebbe consultare e chiedere permesso al più piccolo; perché se fosse stato scritto “Io farò l’uomo”, allora non avremmo potuto apprendere che Egli parlava al Suo concilio giudiziale invece che a Se stesso. In segno di confutazione per gli eretici è scritto subito dopo questo versetto “E Dio creò l’uomo”, e non è scritto “ed essi crearono”.

L’intera dichiarazione di Rashi si basa su una presupposizione, che il rabbino adotta senza alcun precedente nella Tanakh, e cioè che Elohim mostra umiltà nel consultare l’inferiore (gli angeli) prima di creare l’uomo. Il vescovo Herbert E. Ryle (1856-1925) aggiunge questa affermazione in relazione a Genesi 1:26:

Nel pensiero dell’ Israelita devoto, Dio era uno, ma non era solo. Era circondato dall’esercito celeste (1 Re 22:19), servito dai Serafini (Is. 6:1-6), che mantengono la Sua corte insieme con “i figli di Dio (Gb. 1:6).

Tra gli studiosi cristiani, il teologo canadese-americano Victor P. Hamilton riprende l’ipotesi ebraica secondo la quale gli dèi del pantheon sono stati rimpiazzati dal concetto di corte celeste:
Nell’adattamento biblico della storia, il concetto di pantheon è stato rimpiazzato dal concetto di corte celeste. In questo modo, non si tratta di altri dèi, ma dell’esercito angelico, i “figli di Dio”, quelli di cui Dio parla.

Il teologo tedesco del Vecchio Testamento Claus Westermann (1909-2000) parla di Genesi 3:22 e afferma che molti studiosi moderni si riferiscono alla corte celeste come politeista nel suo intento:
Ossia che l’espressione “come uno di noi” indichi “i più alti esseri spirituali”, o la corte celeste (H. Grunkel e la maggior parte degli interpreti recenti), o che Dio inglobi o meno gli altri dèi con sé, la frase risulta politeistica nel suo intento.

Driver usa il resoconto antico babilonese a supporto della sua tesi che vede il racconto biblico come il risultato di un pantheon di dèi in un contesto pre-israeliano:
C’è forza in queste considerazioni; e probabilmente la spiegazione ultima è da ricercarsi in uno stadio pre-israelita della tradizione (così come è interpretato dal resoconto babilonese; dove trovò espressione una visione politeistica dell’origine dell’uomo). Questo sarebbe stato rimpiazzato naturalmente a seguito di una recessione ebraica, dall’idea di un concilio celeste di angeli, come in 1 Re 22; Giobbe 1:38; Daniele 4:14; 7:10.

Opinioni del genere sono chiaramente contraddette da veri studiosi biblici, come Andrew B. Davidson (1831-1902), che sono convinti che la pluralità di Dio non sia rappresentata dal politeismo pagano. Dio rappresenta Se stesso come una vera pluralità in unità, come affermano Isaia 6:8 e Genesi 1:26:

Non c’è incertezza né oscurità in nessuno dei brani di riferimento. Se Dio, che parla in questi passaggi, usa la parola “noi” per indicare Se stesso, allora si ha una chiara dichiarazione che Dio sia una pluralità. 

È chiaro a questo autore che quando viene applicato il senso semplice delle Scritture e lo si lascia parlare da sé, non c’è alcun problema nel comprendere Genesi 1:26, 3:22, 11:7, e Isaia 6:8. Il pericolo di pervertire il testo si presenta quando una persona ha un credo preconcetto e non riesce a vedere la pluralità di Dio. Come Creatore dell’universo, Dio è sempre stato una pluralità e nel Nuovo Testamento è inteso come una tri-unità. Gli studiosi, sia ebrei che cristiani, si prendono delle libertà con la Scrittura nel tentativo di comprenderla, ma in verità la stanno pervertendo. La realtà è che Dio, nel presentare Suo Figlio ad Israele come loro Messia, e all’umanità come Salvatore dal peccato, non sta introducendo una nuova dottrina di pluralità o di tri-unità. Dio non presenterebbe, nel mezzo del Suo piano redentivo per Israele e per il mondo, la figura centrale della Scrittura senza che le fondamenta fossero state gettate nella Tanakh. La Tanakh presenta minimamente l’unità plurale di Elohim.

PLURALE MAIESTATIS
La seconda tesi è la visione del “plurale maiestatis”. Una tale tesi, presentata sia da studiosi ebrei che cristiani, sostiene che Dio stesse parlando come un monarca occidentale – come la regina d’Inghilterra, per esempio, parlerebbe ai suoi sudditi. Nel parlare di Genesi 3:22, la Heftorah si riferisce al “noi” come plurale maiestatis, e come conseguenza della caduta, l’uomo diventò “come uno degli angeli” oppure “noi” al plurale maiestatis. Rabbi Herzt (1872-1946), editore della Haftorah, segue la logica fino alla sua naturale conclusione:
L’uomo è diventato come Dio – onnisciente. L’uomo, essendosi assicurato attraverso la disobbedienza la facoltà di una conoscenza illimitata, rischiava seriamente che la sua conoscenza potesse sorpassare il suo senso di obbedienza alla legge divina.

L’interpretazione di “noi” come plurale maiestatis pone Elohim nella stessa classe di quegli esseri che sono spiriti servitori (angeli) al servizio dell’uomo. I rabbini affermano che Elohim sta parlando come un monarca occidentale che usa il “noi” reale. Autori come Ryle, Hamilton e Westermann, citano altri che sollevano la possibilità che queste tesi sul “plurale maiestatis” e della “corte celeste” possano riferirsi ad una visione politeistica di Dio. Ciò che è degno di nota, è che spesso il “plurale maiestatis” e la “corte celeste” sono collegati ad un pantheon di dèi o ad uno strascico di politeismo, quando in relazione a questi quattro testi con il pronome personale plurale.

PLURALE DI DELIBERAZIONE
La terza tesi è la teoria del “plurale di deliberazione”, che vuol dire che colui che parla sta consultando o conferendo con se stesso. William Reyburn e Euan McG. Fry puntano ad Isaia 6:8 come esempio di Dio mentre consulta Se stesso prima di agire.
Westermann usa la grammatica per portare avanti la sua tesi che sostiene il “plurale di deliberazione”:
La costruzione grammaticale è un plurale di deliberazione. A favore del plurale di deliberazione in [Genesi] 1:26 è che in Isaia 6:8 il plurale e il singolare sono usati nella stessa frase con lo stesso significato, similmente in 2 Samuele 24:14, dove si raggiunge la medesima conclusione “…Cadiamo nelle mani dell’Eterno…ma che io non cada nelle mani dell’uomo…” Un chiaro esempio di questo tipo di deliberazione avviene in Genesi 11:7 “Scendiamo laggiù…”, dimostra che quest’uso persiste fino al giorno d’oggi.

Ma Westermann non coglie il punto principale del suo stesso esempio. Quando Davide dice “noi”, intende la nazione. Invece, quando Yahweh (singolare) dice “scendiamo laggiù” è il Dio unico che esprime la Sua pluralità. La Haftorah, che descrive Genesi 1:26, dichiara che le “scritture rappresentano Dio come se riflettesse sul creare la specie umana.” La frase “facciamo l’uomo” rappresenta “un’espressione idiomatica ebraica di esprimere deliberazione come in 11:7; oppure, è il plurale maiestatis, un comando reale, che è espresso nella prima persona plurale.”

È altamente improbabile che un onnisciente e onnipotente Yahweh Elohim possa parlare con Se stesso; piuttosto, Elohim deve essere inteso semplicemente come una pluralità. Sia gli studiosi ebrei che quelli cristiani sembrano forzare un’interpretazione del testo che non c’è. Dio non sta deliberando con Se stesso. Non ce n’è alcun bisogno, perché Egli è plurale, eppure un insieme di uno, indivisibile.

La Terra
La tesi è che Elohimi stia riferendo alla terra che ha appena creato. Il Rabbino Maimonide (altresì conosciuto con l’acronimo Rambam; 1135-1204 circa) afferma che in Genesi 1:26 la frase “facciamo a nostra immagine” si riferisca alla “terra precedentemente menzionata”, poiché la terra ha fornito il corpo dell’uomo ed Elohim ha provveduto alla sua anima.
Il Rabbino Moshe Ben Nahman (conosciuto anche come Nachmanide; 1195-1270) presenta la seguente ragione per l’uso della terra nella creazione dell’uomo:

La spiegazione di na’seh (facciamo) [che è la forma plurale quando avrebbe dovuto essere singolare] è la seguente: vi è stato dimostrato che Dio ha creato qualcosa dal nulla solo nel primo giorno, e dopo ha formato e creato cose dagli elementi creati. Così quando diede all’acqua il potere di dare vita ad un’anima vivente, il comandamento che li riguardava era stato “Che le acque siano ricolme”. Il comandamento che riguarda il bestiame era “Produca la terra”. Ma nel caso dell’uomo Egli disse “Facciamo”, cioè Io e la terra precedentemente menzionata, facciamo l’uomo -  la terra per far nascere il corpo dai propri elementi come ha fatto con il bestiame e gli animali - com’è scritto; l’Eterno Dio formò l’uomo dalla polvere della terra, ed Egli, benedetto sia, ha dato lo spirito dalla Sua bocca, l’Essere Supremo, come è scritto, Gli soffiò nelle narici un alito di vita. Egli disse, “a nostra immagine”, e “secondo la nostra somiglianza”, un uomo quindi è simile ad entrambi. Nella capacità del suo corpo egli sarà simile alla terra dalla quale fu preso, e nello spirito egli sarà simile agli esseri più alti, perché esso [lo spirito] non è un corpo e non morirà. Nel secondo versetto [Genesi 1:27], Egli dice “ A sua immagine Dio li creò”, allo scopo di narrare la distinzione con la quale l’uomo è distinto dal resto degli esseri creati.

Uno dei problemi maggiori con la sua interpretazione è che nei versi 3, 6, 9, 14, 20 e 24 di Genesi 1, non c’è alcun pronome personale plurale in connessione con il “Vi sia” oppure “Siano” come negli altri giorni della creazione. Solo nel versetto 26, con la creazione dell’uomo, c’è un pronome personale plurale. Nachmanide usa un argomento logico, tranne quando include la terra come partner nella creazione dell’uomo. Non è una dichiarazione razionale. Le cose materiali non hanno intelligenza per comprendere o sentimenti per sentire, figuriamoci la volontà per effettuare una scelta. La terra è lì semplicemente perché Dio l’ha posta lì. L’unica cosa su cui il rabbino può puntare è la dichiarazione che se non obbediscono alla legge (De. 4:26, 30:19, 31:28), Dio promette di chiamare i cieli e la terra a testimoniare contro di loro. Inoltre, Isaia 40:13 è piuttosto chiaro nel dirci che Dio non ha bisogno di essere informato da nessun consigliere, sia esso la terra materiale o gli esseri creati.

Conclusione
La pluralità di Dio non fa alcuna differenza nel testimoniare agli ebrei. L’umanità e il popolo ebraico sono, secondo Romani 1, condannati secondo giudizio di Dio. Il popolo ebraico adorava il solo vero Dio, non gli idoli, ma hanno mancato di riconoscere il loro Messia (Dio incarnato), perché non hanno compreso la pluralità di Dio nella Tanakh. Eppure, Dio ha dato un’ampia testimonianza della Sua pluralità in Genesi 1 della Torah, così come il nel resto della Tanakh.
È importante studiare i brani rilevanti ed essere in grado di spiegarli a chiunque sia disposto a sentire ed ascoltare.

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