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Il problema dei Conversos: l’Inquisizione arriva in Spagna 

Parte 2

Di Stuart Wallis

Il 29 novembre 1483, tre anni dopo l’inizio dell’Inquisizione in Castiglia1, Spagna, Juan Gonzalez Pintado, un ebreo convertito alla fede cattolica, dovette presentarsi di fronte al tribunale inquisitoriale con il figlio Gonzdo come difensore. Pintado, i cui antenati erano stati costretti a convertirsi alla fede cattolica durante il massacro del 1391, aveva ricevuto il battesimo, divenendo così un membro della Chiesa cattolica soggetto alle sue leggi e ai suoi costumi2. Juan visse una vita esemplare nella sua fede cattolica, servendo come segretario di due re e facendo parte del consiglio comunale di Ciudad Real, in Castiglia. Perché un converso così fedele si trovava di fronte agli occhi giudicanti degli inquisitori? Era forse un ribelle che voleva rovesciare la Chiesa cattolica? No! L’ “alto crimine” di Juan consisteva nel praticare le tradizioni ebraiche osservate liberamente dai suoi antenati. Come conseguenza di questo atto “atroce”, Juan, il 23 febbraio 1484, fu condotto su un rogo, dove bruciò fino alla morte3. Questo è il modo in cui l’Inquisizione in Spagna trattava coloro che riteneva eretici. 

Di tutti i passi del Nuovo Testamento che danno istruzioni riguardo all’eresia nella Chiesa (e sono molti), non se ne trova nemmeno uno che richieda che l’eretico sia torturato o ucciso. Al contrario, l’avvertimento, l’insegnamento e il perdono sono i rimedi per queste persone. Se questi non bastano, si ricorre anche all'” evitare”, ma solo dopo che tutto il resto ha fallito. In un qualche momento tra il tempo della Chiesa primitiva e quello della Chiesa cattolica medievale, queste istruzioni bibliche sono state grossolanamente distorte. La verità ineluttabile è che l’Inquisizione spagnola, gestita dal partito antisemita, non ha mai avuto a che fare con l’insegnamento e il perdono; è diventata un’arma antisemita che aspirava a liberare la Chiesa cattolica spagnola da qualsiasi intrusione ebraica e a creare una Spagna pura dall'”eresia”. Inoltre, fu usata come mezzo per derubare i ricchi ebrei convertiti che erano di nuovo saliti ai vertici del paese. Come ha fatto un’istituzione così sinistra a farsi strada nella fiera nazione spagnola e a guadagnarsi un titolo tutto suo, rimasto per sempre impresso nella memoria della storia?

I primi Conversos

Nell’articolo precedente abbiamo esaminato la “Questione ebraica” detta anche “Problema ebraico”, che era sorto in Spagna, come in passato, dopo la Diaspora. Il cuore del “problema” risiede nella domanda: «Cosa fare con tutti questi ebrei nella nostra terra che crescono così rapidamente in numero e potere?». La risposta della Spagna a questa domanda fu quella di costringere gli ebrei del loro paese a convertirsi alla fede cattolica, ricevere il battesimo o perdere la vita. Migliaia di persone morirono nel massacro del 1391, ma un numero ancora maggiore scelse di abbandonare la propria fede ancestrale e di ricevere il battesimo, diventando “conversos” o “nuovi cristiani”. Il partito antisemita guidato dal suo leader, Ferrand Martinez, aveva apparentemente liberato la grande nazione dal “problema ebraico”, istituendo una Chiesa “pura”. 

Nei decenni successivi, tuttavia, sorse un problema imprevisto e senza precedenti: il “problema dei conversos”. Vivere come ebreo in Spagna significava essere confinato in aree ebraiche segregate, chiamate “case ebraiche”, oltre a pesanti divieti su possibili carriere e mezzi di sostentamento. Come membri battezzati della Chiesa cattolica, invece, tutte le porte erano aperte, compreso il servizio in qualsiasi ruolo nello Stato o nella Chiesa. Alcuni conversos seguirono poco la loro nuova fede e vissero apertamente sotto la loro vecchia religione, ma molti altri abbracciarono le nuove opportunità offerte dalla loro nuova religione ed entrarono presto negli ordini monastici, nelle parrocchie locali e arrivarono persino all’onorata e influente posizione di vescovo. A livello statale, molti conversos salirono ai ranghi del consiglio reale e dei confessori della gerarchia. Durante la loro ascesa, a molti conversos mancò l’istruzione su questa nuova e complicata fede cattolica. Il risultato fu che molti continuarono a osservare i riti ebraici, senza mai considerare che ciò era considerato eretico.

La gelosia e il risentimento nei confronti di questi conversos osservanti della religione si riversarono naturalmente sui vecchi “cristiani” di Spagna, che spesso erano scartati per le posizioni lavorative a favore degli aspiranti conversos. Questa conseguenza riaccese il sentimento antiebraico e la nuova generazione chiese che fossero prese misure correttive. Tuttavia, non accadde nulla, il che fece infuriare ancora di più la popolazione. Alla fine, fu proposta una soluzione proattiva a questo problema crescente, al Consiglio di Tortosa del 1429, tenutosi in Catalogna, Spagna. Si decise di ordinare ai conversos di portare i loro figli a battezzarsi entro otto giorni dalla nascita, ricorrendo se necessario al braccio secolare dello Stato, per liberare le generazioni future dalla “contaminazione” ebraica4

L’adesione nominale alla fede cattolica da parte dei conversos continuò, tuttavia, ed essi salirono costantemente alla ribalta grazie alla loro ambizione e al loro intelletto. Nel 1449, a Ciudad Real si cercò d’impedire a tutti i conversos, e a coloro che discendevano dai conversos, di ricoprire qualsiasi carica pubblica che desse loro autorità rispetto a quelli di “puro sangue cristiano”5. Quell’estate si diffusero voci di rivolte in tutta la città, mentre le masse arrabbiate si organizzavano. I conversos, questa volta, non se ne stettero con le mani in mano, come avevano fatto i loro impotenti antenati nelle generazioni precedenti. La Resistenza dei Conversos – molti dei quali potevano far risalire la loro orgogliosa ascendenza al III secolo – contava 300 persone ed entrò rapidamente in azione. Tra il 7 e il 20 luglio scoppiò una rivolta tra “vecchi cristiani” e “nuovi cristiani”. Morirono 22 persone, tra cui alcuni conversos di spicco. 

L’ascesa di Alonso de Espina

Negli anni successivi, altre rivolte scoppiarono in tutte le città del regno spagnolo di Castiglia, mentre la vita dei conversos peggiorava progressivamente. Molti non vedevano un futuro di pace in quella terra e fuggirono dall’ultimo assaggio di “schiavitù egiziana” per cercare un nuovo inizio in terre lontane. Mentre la persecuzione dei conversos aumentava costantemente, il partito antisemita del nuovo secolo, non organizzato ma determinato, mancava di un leader che potesse mettere a fuoco e strutturare la loro ricerca di eliminare ogni traccia di ebraismo dalla Spagna. Questo posto vacante si trovò ai piedi di un uomo che volentieri indossò il mantello di Ferrand Martinez nel 1391: Alonso de Espina. 

L’odio istituzionale che questo nuovo scellerato mostrò nei confronti dell’ebraismo e del popolo ebraico è poco noto ai credenti dei giorni nostri, ma è ugualmente sostanziale rispetto a qualsiasi altro nella storia. Espina era un frate francescano che si diceva avere sangue ebraico nelle vene, anche se nessuna prova di questa affermazione è mai stata presa seriamente in considerazione. Si guadagnò la sua reputazione grazie alla sua elevata cultura, ma era un debole predicatore delle Scritture; il suo talento risiedeva altrove. I sermoni di maggior successo erano quelli in cui inveiva contro il popolo ebraico e i conversos giudaizzanti in Spagna, contro la loro ricchezza e la loro infiltrazione nella vita dei cattolici “puri”; questo entusiasmava facilmente il pubblico. Per la prima volta, discusse apertamente di bandire gli ebrei dalla penisola, seguendo l’esempio di espulsione dato dall’Inghilterra e dalla Francia: una prefigurazione di ciò che sarebbe accaduto in futuro.

I sermoni infuocati erano una cosa, ma Espina sapeva che per porre fine all’ebraismo in Spagna, doveva elevare la sua retorica. Man mano che la sua popolarità aumentava, aumentava anche la sua falsità, riproponendo quella che era una falsa accusa collaudata e senza tempo contro gli ebrei: l’uccisione dei bambini cristiani. Si divertì a raccontare la storia di come, nel 1454, un bambino di Valladolid fosse stato derubato e ucciso, e di come gli ebrei fossero sospettati di aver ucciso il bambino e di avergli successivamente strappato il cuore, bruciandolo e mescolandone le ceneri nel vino, creando un sacramento empio6. La sua denuncia ottenne l’effetto desiderato: si scatenò l’isteria della folla.

Incoraggiato dall’accoglienza, continuò la sua filippica contro gli ebrei spagnoli e tutti i conversos che si fingevano solo cattolici, sostenendo che avvelenavano i pozzi, appiccavano incendi ed erano colpevoli di qualsiasi male commesso in Castiglia. Affermò che la legge ebraica comandava a tutti gli ebrei di uccidere i cristiani, di derubarli ogni volta che fosse possibile e di pregare tre volte al giorno per la distruzione di tutti gli eretici che parlavano contro la razza ebraica per placare il loro appetito di vendetta7. Come il suo predecessore, Espina approvava l’uccisione e la conversione forzata degli ebrei, compreso il battesimo dei loro figli senza il loro consenso. Il suo odio non era solo per il popolo ebraico di Spagna, ma anche per la continua osservanza dell’ebraismo da parte dei conversos; la sua brama di portare l’Inquisizione in Spagna e liberare la terra dall'”impurità” era insaziabile. 

Per portare avanti la sua ricerca, nel 1459 completò il suo manifesto contro l’impurità religiosa, intitolato Fortress of the Faith for the Comfort of Believers and in Defense of the Holy Faith. La sua forma abbreviata, Fortalitium Fidei, era il suo catechismo dell’odio contro gli ebrei8; non è altro che odio dall’inizio alla fine. La versione più lunga, in quattro volumi, forniva soluzioni pratiche ai problemi percepiti. Il suo scopo principale era quello di mettere in guardia coloro che erano più influenti nella Chiesa e nello Stato, sull’urgenza del “problema dei conversos” e sulla sua gravità, sostenendo che i conversos non erano né cristiani né ebrei, ma solo eretici.

Nella sua dichiarazione, Espina lanciò 15 sfide alla gerarchia spagnola, seguendo l’esempio dell’inquisitore del XIV secolo Nicola Eymerich, che scrisse le istruzioni inquisitoriali agli inquisitori medievali9. Egli chiedeva che venisse intrapresa un’azione legale organizzata contro qualsiasi converso che fosse tornato all’ebraismo, il più grande dei “crimini”. Espina, tuttavia, non fu del tutto impietoso, in quanto giustificava il rogo di qualsiasi converso colpevole di “eresia” solo per la terza infrazione, sostenendo che dopo tre possibilità erano al di là di ogni speranza. La Chiesa cattolica non avrebbe avuto alcun ruolo nell’esecuzione, in quanto coloro che fossero risultati recidivi sarebbero stati consegnati al braccio secolare dello Stato per la punizione, cioè la morte. 

Le istruzioni di Espina erano dettagliate e, per molti versi, aprirono la strada a quella che sarebbe diventata la giurisprudenza dell’Inquisizione spagnola; ma era un uomo in anticipo sui tempi, poiché la debole leadership di Juan II (padre di Isabella) e il regno corrotto e senza leggi di Enrico IV (fratello di Isabella) non lasciarono nessuno in grado di attuare il suo piano. 

Alonso de Espina era un uomo dalle bizzarre contraddizioni. Nonostante il suo odio implacabile per gli ebrei e i conversos “eretici”, era fortemente favorevole al battesimo degli ebrei di Spagna nel tentativo ossessivo di portare alla “purezza” la Chiesa cattolica. Inutile dire che il suo metodo di conversione era tutt’altro che biblico. La sua concezione della conversione consisteva nel battesimo (forzato o meno), seguito da un’istruzione personale nella fede cattolica per otto mesi, compreso lo studio degli Articoli di Fede. Un potenziale convertito sarebbe stato ammesso alla Chiesa cattolica solo dopo una lunga riflessione. Nessuna di queste condizioni comprende il Vangelo di Yeshua.

Il ruolo della regina Isabella di Castiglia

Con la mancanza di leadership che aveva temporaneamente messo da parte la missione di Espina, il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona nel 1469 non solo riunì i principali regni della penisola iberica, che erano stati divisi all’inizio del XV secolo, ma portò anche nuove speranze per la soluzione del “problema dei Conversos”. Sebbene il loro matrimonio unisse la maggior parte della penisola, ognuno di loro mantenne il controllo sui rispettivi regni, che Isabella custodì tenacemente. 

Lo stato delle cose in Castiglia, al momento della sua ascesa al trono nel 1474, era di abbandono e corruzione e necessitava di una riforma immediata. Isabella era puramente devota e obbediente alla sua fede cattolica e cercava di portare ordine e moralità nel suo regno. La sua ambizione era implacabile, e agì persino come giudice per smaltire i processi arretrati, spesso aperti alla corruzione, realizzando così in pochi mesi ciò che normalmente avrebbe richiesto anni. Si occupò anche del lassismo dilagante in materia di moneta, riducendo il numero delle zecche da 150 a cinque. Risolti l’immoralità della corte e i problemi di tesoreria, la sovrana rivolse allora la sua attenzione al problema più evidente del suo regno: la continua usurpazione da parte di Roma dei diritti clericali spettanti alla corona. 

È ben documentato che i sovrani cattolici pretendevano il controllo completo di tutte le attività in Spagna e non volevano cedere nulla a Papa Sisto IV e alla sua Chiesa in materia di governo o religione. Tra la giovane Isabella e l’esperto Papa Sisto IV si scatenò una battaglia di volontà per la nomina del nipote del Papa al vescovado vacante di Cuenca, scartando la scelta di Isabella. Isabella si rifiutò di ratificare la nomina in barba alla dichiarazione papale e minacciò di ritirare l’ambasciatore di Spagna presso la corte papale. Vedendo la sua forza d’animo, Papa Sisto IV revocò la sua nomina, dichiarando che in futuro non avrebbe fatto alcuna nomina in Spagna se non fosse stata prima designata dai sovrani cattolici. Le ripercussioni di questo evento senza precedenti prepararono il terreno affinché Isabella e Ferdinando avessero il controllo completo dell’Inquisizione una volta giunta in Spagna. 

Sistemate tutte le questioni di giurisprudenza, tesoreria e relazioni con Roma, l’attenzione di Isabella si rivolse all’ultima impurità impellente del suo regno: i conversos. La fiaccola di Alonso de Espina passò a un altro del partito antisemita votato alla distruzione dell’ebraismo. Con inflessibile determinazione, Alonso de Hojeda (priore dei domenicani di Siviglia) volle portare l’Inquisizione in Castiglia. Approfittando del suo zelo per portare l’ordine domestico e la purezza cattolica nel suo regno, Hojeda indirizzò l’attenzione della regina sul dilagante ebraismo che si stava verificando a Siviglia e sull’ “ipocrisia” palesemente mostrata contro la Santa Chiesa cattolica. La proposta fu presa in considerazione con riluttanza dalla regina Isabella, che detestava la crudeltà esibita dall’Inquisizione, già in atto nel regno di Ferdinando d’Aragona. Inoltre, molti dei membri del consiglio d’Isabella erano costituiti da fedeli conversos e discendenti di conversos, tra cui il suo famoso segretario e cronista Hernando de Pulgar. 

Un’altra preoccupazione di Isabella, e più in particolare di Ferdinando, era come poter essere certi che l’Inquisizione romana non si sarebbe nuovamente impadronita dell’autorità, causando così la rinuncia al controllo reale. Una preoccupazione ancora più pressante per i sovrani era quella di assicurarsi il bottino delle confische degli eretici, che sarebbe stato abbondante. Questa considerazione era valida, dato che il bottino dell’Inquisizione in Italia e in Francia era interamente diviso tra Roma e l’Inquisizione e che tutta l’autorità derivava dal papato. Come re d’Aragona, Ferdinando vide in prima persona cosa significava impiegare l’Inquisizione senza assicurarsi il beneficio del bottino. Se l’Inquisizione fosse arrivata in Spagna, Isabella e Ferdinando intendevano essere gli unici beneficiari e nominare inquisitori di loro scelta. L’insistenza di Hojeda era inesorabile. Tuttavia, Isabella resistette alla sua insistenza e propose un compromesso, assumendo il ruolo che sarebbe spettato al clero, con grande disappunto di Hojeda. 

Il coinvolgimento del cardinale Mendoza

La proposta misericordiosa e misurata d’Isabella al “problema dei conversos” – così diffuso in Castiglia – fu quella di chiamare il cardinale Mendoza di Spagna per istruire i conversos sui dogmi cattolici e imporre l’osservanza della fede cattolica. Questa non era la soluzione che Hojeda e Ferdinando volevano. La pietà di Ferdinando fu probabilmente sovrastata dalla sua avidità, che propendeva più ai benefici finanziari che l’Inquisizione avrebbe portato al tesoro della Spagna. I beni confiscati sarebbero stati di grande aiuto per il proseguimento della guerra con i Mori rimasti a Granada. Sebbene Ferdinando fosse co-erede e avesse molta influenza su Isabella, la Castiglia era il suo regno e tutta l’autorità spettava a lei.

Il cardinale Mendoza era pronto e desideroso di svolgere il suo compito. Il suo lavoro si tradusse nella compilazione di un catechismo d’istruzioni per i doveri di un cattolico dal giorno della sua nascita fino al giorno della sua morte. Il suo lavoro doveva essere insegnato in tutte le parrocchie, predicato dai pulpiti e insegnato nelle scuole. Quest’opera continuò per qualche tempo, ma, secondo la Chiesa, con risultati insufficienti.

L’evento straordinario e non documentabile che si verificò in seguito si trova in quasi tutti i resoconti storici dell’Inquisizione spagnola e rappresenta il punto di svolta. La storia narra di un giovane cattolico che nel 1478 entrò di nascosto nella casa della sua amante conversa per un appuntamento. Sentendo una conversazione nelle vicinanze, il giovane si nascose in un armadio per evitare di essere scoperto, da dove inavvertitamente ascoltò la discussione. Sentì degli uomini della casa negare con veemenza la divinità di Yeshua e bestemmiare il Suo nome e la Santa Fede Cattolica. Il fedele castigliano sentì il dovere di denunciare questo flagrante crimine a Hojeda, il frate domenicano. La questione fu indagata a fondo e portò all’arresto di sei giudaizzanti. Gli uomini confessarono la loro colpa e chiesero di riconciliarsi con la Chiesa cattolica. Senza le leggi dell’Inquisizione disponibili in Castiglia, gli uomini furono reintegrati dopo aver adempiuto alla penitenza imposta. 

Questo avvenimento era senza dubbio ciò di cui l’opportunista Hojeda aveva bisogno per riproporre il suo caso a Isabella. Non perse tempo e si recò a Cordova, dove Ferdinando e Isabella si erano ritirati dopo aver lasciato Siviglia. Riportò la storia al re e alla regina, sottolineando che l’ebraicizzazione di Siviglia aveva quasi causato un’altra rivolta, potenzialmente peggiore di quella del 1391. Inoltre, insistette sul fatto che il problema era più diffuso di quanto si pensasse. Ancora incerta sul da farsi, Isabella era influenzata da ogni parte. Sapeva che Ferdinando era favorevole a portare l’Inquisizione in Castiglia, a patto che venissero rispettate alcune condizioni finanziarie. Conosceva inoltre la posizione di Hojeda sulla questione. Ciò che alla fine convinse Isabella fu la capitolazione del cardinale Mendoza, che ammise che il suo catechismo d’istruzione non era efficace come si sperava, e il consiglio del suo fidato consigliere e confessore, Tommaso di Torquemada, che le aveva promesso di liberare la sua terra dal “veleno giudaizzante”. 

Isabella, alla fine, cedette alle pressioni e ordinò di redigere le carte necessarie e di presentare una petizione a Sisto IV affinché concedesse una bolla papale che autorizzasse l’Inquisizione in Castiglia. Con grande gioia di Hojeda e di tutto il partito antisemita, che non vedeva l’ora di dirottare l’Inquisizione, Papa Sisto IV autorizzò l’Inquisizione in Castiglia il 7 novembre 1478.

Dietro le quinte

In questo periodo doloroso della storia della Chiesa, troviamo Satana alacremente al lavoro nella sua incessante ricerca di sterminare la razza ebraica dalla terra e d’infangare il nome di Yeshua. Ciò che è più preoccupante di questa guerra spirituale che infuria è il desiderio di uomini malvagi che vogliono dare supporto al piano inefficace di Satana. Ferrand Martinez e Alonso de Espina cercarono ardentemente di raggiungere l’obiettivo. Nella terza e ultima puntata della storia dell’Inquisizione spagnola, esaminerò come Tommaso di Torquemada, volenteroso operatore del male, abbia adeguatamente svolto il ruolo di pedina. Grazie alla sua ingegnosa malvagità, portò a quella che è conosciuta come la “Soluzione Finale” del problema dei Conversos. 

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NOTE

1 Sebbene la bolla papale ufficiale che autorizzava l’Inquisizione in Castiglia (Spagna) fosse stata firmata il 7 novembre 1478, essa non fu formalmente applicata fino al 27 settembre 1480.

2 Sulla base della sentenza del IV Concilio di Toledo (633 d.C.), che consentiva il battesimo forzato, Papa Innocenzo III nel 1201 stabilì quanto segue: Nella condizione in cui una persona è minacciata di morte se non acconsente al battesimo, si ritiene che tale persona abbia un elemento di libera scelta. Se si sottomette al battesimo, è costretta a osservare la fede cattolica. Si veda Nadia Zeldes, “Legal Status of Jewish Converts to Christianity in Southern Italy and Provence”. https://escholarship.org/uc/item/91z342hv.

3 Haim Beinart, Records of the Trials of the Spanish Inquisition in Ciudad Real (The Israel Academy of Sciences and Humanities, Bilingual edition: 31 dicembre 1974), p. 92.

 4 Henry Charles Lea, A History of the Inquisition of Spain, Vol. 1 (Forgotten Books Publishers, 2012), p. 146.

 5 Haim Beinart, Conversos on Trial (Jerusalem: The Magnes Press, The Hebrew University, 1981), p. 55.

 6 Lea, p. 149.

7 Ibid, p. 150.

8 Beinart, p. 10.

9 Nicholas Eymerich, Directorium Inquisitorum

10 Raphael Sabatini, Torquemada and the Spanish Inquisition (McAllister Editions, 2015), p. 29.

 11 Sabatini, p. 45-46.

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Questo articolo è uscito per la prima volta su Ariel Magazine – Spring 2020

Tradotto dall’inglese all’italiano da Martina Pifferi Speciale

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