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Chi è il popolo  d’Israele? Una discussione biblica sull’identità

Dr. Jim R. Sibley1

Le definizioni possono essere insidiose. Quando si tratta di definire il popolo ebraico, le definizioni sono particolarmente difficoltose e piene di dissensi. Il  moderno Stato  d’Israele  ha i suoi parametri, l’ebraismo rabbinico ha le sue regole, e i sociologi moderni hanno le loro. Nella nostra epoca, le questioni d’identità si basano spesso su sentimenti soggettivi piuttosto che su realtà oggettive. La risposta alla domanda “Chi è un ebreo?” dipende molto spesso dall’identità di chi pone la domanda. Tuttavia, l’argomento è importante perché spesso impatta non solo su questioni bibliche e teologiche, ma anche su questioni di rilevanza sociologica e missiologica. Andando oltre la discussione “Chi è un ebreo?”, questo articolo esaminerà il materiale biblico per osservare con una certa chiarezza la natura di cosa significhi far parte del popolo  d’Israele.

Prima che possiamo iniziare a definire il popolo ebraico in senso affermativo, sarà necessario eliminare i falsi concetti che intralciano la discussione e ostacolano i nostri sforzi per comprendere l’identità biblica di questo popolo unico.

Cosa non sono Israele e il popolo ebraico

UNA RAZZA. Il popolo ebraico non deve essere inteso come una razza. Parlando in modo pratico, oggi si possono trovare persone ebree con una varietà di colori di pelle e altre caratteristiche razziali. Ci sono ebrei neri, ebrei con tratti somatici della Mongolia, ebrei con caratteristiche arabe ed ebrei che sembrano europei. Dio promise ad Abramo che avrebbe fatto dei suoi discendenti una “grande nazione” (Ge. 12:2), Mosè si riferiva a questa grande nazione come la “casa  d’Israele ” (Es. 16:31). Quindi, sono una “casa” o una “nazione” ma non una razza.

Le traduzioni NASB e Holman Christian Standard Bible in riferimenti come 1 Pietro 2:9 (“Ma voi siete una razza scelta”) sono discutibili (cf. Marco 7:26 e Atti 7:19).* Il termine greco γένος (génos) si riferisce ai discendenti di un comune antenato. BDAG suggerisce le seguenti traduzioni come le più probabili: “stirpe”, “discendente”, “famiglia”, o “parenti”, e “nazione” o “popolo.”2 Le traduzioni dei termini ebraici זרע (zera) con “razza” in Deuteronomio 10:15 ed Esdra 9:2, e ממזר (mamzer) con “razza” in Zaccaria 9:6 devono essere messe entrambe in discussione. Il primo termine, secondo HALOT,  significa “progenie” o “discendenti”, e l’ultima significa “Israeliti da unioni proibite.”3

Nel 1991, l’“Operazione Salomone” fu un’operazione militare israeliana  segreta in cui furono riportati per via aerea più di 14.000 immigrati ebrei etiopi in Israele in sole trentasei ore. Questi ebrei etiopi provenivano da condizioni molto primitive e povertà estrema. Nulla della cultura moderna e della società era loro familiare. Hanno dovuto imparare una nuova lingua e una nuova cultura, e sono stati introdotti alla modernità. Dopo un anno in Israele, un giornalista televisivo ha intervistato alcuni di questi immigrati e ha posto a ciascuno la stessa domanda: “Da quando sei arrivato in Israele, qual è stata la tua scoperta più incredibile?”. Per uno, era il telefono; per un altro, era la televisione o il computer. Infine, ha posto questa domanda a un anziano uomo etiope. Quest’uomo aveva una lunga barba bianca, uno scialle da preghiera drappeggiato sulle sue spalle curve e un bastone di legno con cui si sosteneva. Ha scosso lentamente la testa prima di rispondere: “Beh, prima di venire in Israele, non sapevo che gli ebrei fossero bianchi!” Le uniche persone ebree che aveva conosciuto erano nere! Quindi, no, non sono una razza.

UNA RELIGIONE. Il popolo ebraico non deve essere inteso come semplice aderente all’ebraismo rabbinico. Sebbene la maggior parte del popolo ebraico in alcuni paesi sia per lo più religiosa, negli Stati Uniti e in Israele è per lo più secolare. Molte persone ebree sono agnostiche o addirittura atee. Alcune sono profondamente coinvolti con le religioni New Age o con le religioni orientali, come il buddismo, eppure stimano la loro identità come ebrei. La definizione religiosa è totalmente inadeguata, ma è stata a lungo utilizzata dall’ebraismo rabbinico.

Quando il Tempio fu distrutto nel 70 d.C. l’ebraismo necessitò di essere riformulato. I cambiamenti introdotti dalla leadership religiosa portarono il popolo ad allontanarsi dall’ebraismo biblico. Probabilmente, e in parte come reazione al gran numero di credenti ebrei in Yeshua, le loro “riforme” necessitavano di un cambiamento nell’identità ebraica da un’etnia a una religione. L’effetto pratico era avere la possibilità di “scomunicare” gli ebrei credenti in Yeshua. Se uno non seguiva i precetti dei rabbini, poteva essere escluso dal popolo ebraico per autorità dei rabbini stessi.

Ovviamente, tutti gli sforzi per minare l’ebraicità dei credenti ebrei in Yeshua falliscono. Il Nuovo Testamento afferma, in Romani 2:28-29, che quegli ebrei che sono credenti in Yeshua il Messia, sono quelli che non sono solo etnicamente ebrei, ma che lo sono anche spiritualmente.

Il moderno Stato  d’Israele  definisce l’ebraicità sulla base del dettame rabbinico che afferma che una persona deve essere nata da madre ebrea o convertita secondo la halachah. Questa norma è stata minata negli ultimi anni da diversi fattori, come un drammatico aumento del tasso di matrimoni misti nei principali paesi della Diaspora, l’immigrazione dall’Unione Sovietica e l’opposizione delle comunità secolari e non ortodosse.4 Questa erosione della definizione rabbinica di base ha contribuito alla divisione facilmente constatabile negli ultimi anni in Israele.

Elementi di costruzione dell’identità ebraica

Se il popolo ebraico non deve essere definito in base alla razza o alla religione, come può essere definito in fase affermativa? Ci sono sei concetti che sono essenziali per formulare una definizione del popolo ebraico.

Dio scelse Abramo e i suoi discendenti per essere un popolo speciale per i Suoi scopi sulla Terra, ma la Sua scelta non includeva tutti i discendenti di Abramo. A volte un figlio sarebbe stato scelto ma non l’altro. Ad esempio, Genesi 21:12 dice: “Ma Dio disse ad Abraamo: ‘… da Isacco uscirà la discendenza che porterà il tuo nome.’” In Esodo 3:15, Dio disse a Mosè: “«Dirai così ai figli  d’Israele : “Il SIGNORE, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abraamo, il Dio d’Isacco [non Ismaele] e il Dio di Giacobbe [non Esaù] mi ha mandato da voi.» Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.”

Paolo parla di questo restringimento della discendenza del popolo eletto nel suo discorso in Romani 9:6-13. Quindi, in virtù dell’elezione di Dio di Abraamo, Isacco e Giacobbe e in virtù del patto che ha fatto con Abraamo (e che è stato ribadito a Isacco e Giacobbe), questi patriarchi sono considerati i progenitori del popolo eletto, il popolo  d’Israele.

Questi due fattori, la scelta sovrana di Dio e il suo patto con Abraamo, sono essenziali. Il restringimento dei discendenti di Abraamo a Giacobbe e ai suoi discendenti permette ad Abraamo di essere “il padre di molte nazioni” (Ge. 17:4-6). Certamente, egli è il padre degli Ismaeliti e degli Edomiti (i discendenti di Esaù) così come degli Israeliti. Quindi, essere “del seme di Abraamo” non significa necessariamente essere della stirpe di Giacobbe/Israele.5 Non è solo il patto abramitico ad essere essenziale, ma tutti i successivi patti che sono stati fondati su di esso.

Paolo si rivolge ai credenti gentili in Efesini 2:11 e ss., e dice loro che prima della loro salvezza, erano “separati dal Messia” ed “esclusi dalla cittadinanza  d’Israele ”. Pertanto, erano “estranei ai patti della promessa”. Così, erano “senza speranza” e “senza Dio nel mondo”. In Romani 9:4, Paolo dice che le seguenti cose appartengono agli Israeliti: “l’adozione come figli,  la gloria, i patti e la legislazione, il servizio del Tempio e le promesse.” Infine, in Romani 11:29, l’apostolo afferma che i “doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili”. Sembra che per Paolo fosse tremendamente importante far parte del popolo del patto di Dio, Israele, e per i gentili avere accesso ed essere compartecipi delle benedizioni di questi patti.

La “nazione” o “casa”  d’Israele  è un gruppo etnico con una discendenza, una lingua, una storia e una cultura condivisa. Spesso si pone questa domanda: Qual è la differenza tra una razza e un gruppo etnico? Il Cambridge Dictionary afferma che la razza è “basata su caratteristiche fisiche”, che i popoli “sono percepiti attraverso il  colore della pelle, forma degli occhi, ecc.”, mentre un gruppo etnico si riferisce a “un gruppo di persone che possono essere viste come distinte perché hanno una cultura, tradizione, lingua, storia, ecc. condivisa.”6 Una razza, quindi, è più biologica e fisica, mentre un gruppo etnico è più culturale e sociologico.7

Anche se il popolo ebraico è un gruppo etnico, la discendenza fisica è ancora di primaria importanza in qualsiasi definizione del popolo ebraico. Questa “nazione” o “casa” è stata formata dai discendenti di Abraamo, Isacco e Giacobbe. Il nome di Giacobbe è stato cambiato in Israele (Ge. 32:28), e si parla della casa  d’Israele, o degli Israeliti, che hanno ereditato la designazione di “popolo eletto”.8 Quindi, il popolo ebraico è discendente di Abraamo, Isacco e Giacobbe. Ma non possiamo fermarci qui.

Nelle Scritture, l’ebraicità veniva trasmessa attraverso il padre, indipendentemente dalla razza o l’etnia della madre. Se il padre era ebreo, indipendentemente dalla razza della madre, il bambino sarebbe stato considerato completamente ebreo. Ad esempio, Giuseppe sposò “Asenat, la figlia di Potifera sacerdote di On” (Ge 41:45, 50; 46:20). Il fatto che fosse egiziana non influenzò  l’ebraicità dei due figli nati da questa unione, perché i figli di Giuseppe, Manasse ed Efraim (Ge. 41:50-52), divennero i capi di due delle tribù  d’Israele. 

Questa prospettiva biblica è stata in gran parte abbandonata nell’ebraismo rabbinico, poiché i rabbini determinano l’ebraicità principalmente in base all’ebraicità della madre.

Se l’ebraicità è trasmessa dal padre, ci si potrebbe chiedere cosa accade in situazioni in cui il padre è gentile ma la madre è ebrea. Questo ci porta alla questione di ciò che la Bibbia chiama “il figlio di una donna israelita” o “il figlio di una donna ebrea”.

In Levitico 24:10 e 16, scopriamo che era sorta una situazione nel campo  d’Israele  che coinvolgeva la bestemmia. Due giovani stavano combattendo, e uno di loro, nella sua rabbia o dolore, bestemmiò Dio. Ci si domandava cosa fosse necessario fare al trasgressore. La questione principale era se la legge di Dio per Israele dovesse essere applicata a lui che era di origine mista. Suo padre era un egiziano e sua madre era una donna israeliata. La sentenza fu che doveva essere lapidato per blasfemia, perché questa punizione si applicava “allo straniero [גֵּר] così come al nativo [אֶזְרָח]” (v. 16). Nel giungere a questo giudizio, tuttavia, si fa una chiara distinzione tra “il figlio di una donna israelita” [בֶּן-אִשָּׁה יִשְׂרְאֵלִית] e “un figlio  d’Israele  [בן ישראל ].”

Levitico 24:10 dice, “Or il figlio di una donna israelita e di un egiziano uscì in mezzo ai figli  d’Israele; e fra il figlio della donna israelita e un israelita scoppiò una lite.” Questo individuo non era considerato “un figlio  d’Israele”, anche se sua madre era un’israelita.

In Esodo 1, troviamo la storia delle levatrici israelite a cui era stato ordinato di uccidere i figli  d’Israele  e lasciare in vita le figlie. Perché le figlie dovevano essere risparmiate? Presumibilmente, furono risparmiate in modo che potessero sposarsi con gli Egiziani. Naturalmente, sia per gli antichi Egizi che per gli antichi Israeliti, ciò avrebbe significato l’assimilazione totale del popolo ebraico. Biblicamente – e questo è il punto essenziale – i figli di un padre ebreo, indipendentemente dalla razza o etnia della madre, sono al 100% (e non semplicemente al 50%) ebrei. Questo aiuta a spiegare perché il popolo ebraico non è una razza, e dovrebbe mettere fine a qualsiasi discorso sull’essere un ebreo “di razza pura”.

Oltre alla discendenza fisica, qualsiasi definizione del popolo ebraico deve anche fare spazio per i numerosi gentili che si sono uniti al popolo  d’Israele  durante il periodo del Tanakh. Quando Mosè guidò il popolo dall’Egitto, c’era una ‘moltitudine mista’ che partì con gli Israeliti. Alcuni potrebbero essersi sposati con gli Israeliti (cf., ad es., Le. 24:10-16), anche se in molti casi, è probabile che questi egiziani riconobbero il Dio  d’Israele  come l’unico vero Dio, a causa delle piaghe. Più tardi, in Deuteronomio 23: 7-8, il Signore stabilì che anche gli Idumei o gli Egiziani che si univano al popolo  d’Israele  potevano entrare a far parte dell’assemblea del Signore dopo la terza generazione.

C’erano anche individui chiamati per nome come Rut, Raab, Uria e altri. I loro discendenti furono considerati parte del popolo  d’Israele. Questi gentili che si aggiunsero al popolo ebraico e i loro discendenti sono stati un elemento costante in tutta la storia ebraica. Questo fenomeno richiede confini più permeabili nella costruzione dell’identità in relazione al popolo ebraico.

Una definizione del popolo ebraico 

Ora che abbiamo considerato questi sei concetti essenziali, possiamo arrivare a una definizione  d’Israele  e del popolo ebraico. Il popolo ebraico è un gruppo etnico composto principalmente, ma non esclusivamente, dai discendenti fisici di Abraamo, Isacco e Giacobbe.


Sono una famiglia antica e allargata in cui lingua, cultura e religione svolgono ruoli importanti, sebbene non determinanti. Il popolo ebraico è unico tra tutti i popoli del mondo poiché è attraverso di esso che Dio porta avanti i Suoi scopi nella storia. Una prospettiva biblica sull’identità ebraica ci aiuta a tagliare correttamente la Parola di Dio, e ci aiuta anche a gestire questioni pratiche riguardanti lo status degli ebrei credenti in Yeshua. Come questo possa aiutarci a comprendere le Scritture, può essere illustrato con Atti 8 e il ministero di Filippo tra i Samaritani.

I Samaritani

Molti studenti della Bibbia sostengono che i Samaritani erano sostanzialmente gentili, con forse un lieve legame con l’ebraismo, e per questo apportano una transizione nel racconto della conversione di Cornelio (Atti 10), che era chiaramente un gentile. Richard Longenecker, ad esempio, caratterizza i Samaritani come “un gruppo senza propri diritti in Palestina che era spesso considerato dai Giudei di Gerusalemme come ‘mezzosangue.’”9 Quindi, i Samaritani non sono considerati “completamente” ebrei.

Tuttavia, in Atti 10 è messo in rilievo il fatto che Cornelio fu il primo gentile a ricevere il Vangelo. Vista l’enfasi posta in Atti 10, dobbiamo concludere che i Samaritani, secondo Luca, erano considerati Israeliti.10

I Samaritani erano disprezzati dal resto della nazione perché le loro convinzioni li rendevano apostati. Rifiutavano le Scritture, ad eccezione della loro versione del Pentateuco, e adoravano sul Monte Garizim in Samaria piuttosto che al Tempio di Gerusalemme. Pur così, erano completamente ebrei, o per essere più precisi, erano completamente Israeliti.

In Atti 8, a seguito della predicazione di Filippo, ci fu un’incredibile mèsse evangelistica tra i Samaritani. Luca aveva già registrato conversioni di massa con la predicazione di Pietro in Atti 2 e 3. Jacob Jervell scrive:

Anche qui, le masse accettano il vangelo e si dedicano 1 esso con tutto il cuore (8:6). Ma Luca va oltre. Simon Mago aveva ingannato l’intera popolazione (8:9–11 [v. 10, “E tutti, dal maggiore al minore, gli davano ascolto.”]), ma questa intera popolazione si fece battezzare da Filippo (8:12)… Questo implica, di conseguenza, che per Luca tutta la Samaria divenne un territorio ebraico “ortodosso”.11

Quando i discepoli da Gerusalemme predicavano il vangelo e i Samaritani ricevevano la salvezza attraverso la fede in Yeshua, non solo erano trasformati da perduti a salvati, ma passavano anche dall’apostasia all’ortodossia. Gli apostoli, sebbene provenissero dalla Galilea, erano giudei, ed erano adesso uniti a questi Samaritani, o Israeliti,  che erano fratelli e sorelle in fede in Yeshua, il Messia d’Israele. Questo fa da preludio a una futura, e più grande,  riunificazione delle tribù  d’Israele, come profetizzato in Ezechiele 37:21-22. Capire questo sarebbe impossibile senza una comprensione biblica dell’identità “ebraica”.

L’identità dei credenti ebrei in Yeshua

L’ebraicità degli ebrei credenti in Yeshua viene spesso messa in discussione. Romani 2:28-29 afferma che quegli ebrei che credono in Yeshua il Messia sono quelli che non sono solo etnicamente ebrei, ma che lo sono anche spiritualmente. Nell’analogia che Paolo fa dell’ulivo, rappresentano i rami naturali che non sono stati spezzati ma attingono linfa vitale dalla radice. Questo dimostra solo che l’ebraismo rabbinico non è essenziale per una definizione biblica del popolo ebraico.

Una comprensione razziale dell’ebraicità distorce la nostra comprensione e danneggia la nostra interpretazione biblica. Anche una comprensione religiosa dell’ebraicità è una distorsione che può produrre effetti negativi.  Tuttavia, il principale componente dell’etnia che non è stato affrontato è la cultura. Il motivo è che la cultura ebraica non è stata del tutto uniforme nelle comunità della diaspora, né durante i secoli. Ai tempi della Bibbia, il Tempio esercitava una maggiore influenza della sinagoga, la Bibbia più della tradizione rabbinica, l’ebraico più dello yiddish. Le sette specie di prodotti della terra  d’Israele menzionate non sono bagles, latkes, sufganiyot o challah, ma arpe, tamburelli e lira – non violini e clarinetti. Forse la più grande continuità culturale è fornita dalle festività bibliche, che continuano a esercitare un’enorme influenza e a dare un grande contributo biblico all’ampia eredità culturale  d’Israele.12

Senza dubbio, il più grande contributo all’identità ebraica lo dà Colui che è l’incarnazione di tutto ciò che Israele dovrebbe essere: il Figlio di Davide, il Messia. Egli è l’unico che ha osservato perfettamente la legge e che ha aperto la porta per la redenzione  d’Israele.

Che possiamo pregare per il giorno di cui il Signore ha parlato a Geremia:

«In quei giorni, in quel tempo», dice l’Eterno, «si cercherà l’iniquità  d’Israele, ma non ce ne sarà alcuna, e i peccati di Giuda, ma non si troveranno; perché io perdonerò a quelli che lascerò come residuo» (Gr. 50:20).


Jim R. Sibley, Ph.D., è Professore di Ricerca presso l’Israel College of the Bible a Netanya, in Israele. Lui e sua moglie, Kathy, hanno vissuto in Israele per 16 anni e hanno servito nel ministero ebraico per molti decenni.

Jim R. Sibley, “Who Are the People of Israel? A Biblical Discussion of Identity”, Ariel MagazineFall 2024, No. 52, pp. 8-13. © 2025 Ariel Ministries USA. Tradotto col permesso di Ariel Ministries USA.

Tradotto da Martina Pifferi Speciale


  1.  Questo articolo si basa su un documento che l’autore ha presentato all’Evangelical Theological Society nel novembre 2023. Il testo originale è stato abbreviato e adattato per adeguarsi al formato della rivista. ↩︎
  2. Vedere Walter Bauer, et al., Α Greek-English Lexicon of the New Testament and Other Early Christian Literature, 3° ed. [BDAG] (Chicago: The University of Chicago Press, 2000), “γένος,” p. 194. ↩︎
  3. Vedere Ludwig Koehler, Walter Baumgartner, et al, eds. The Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament [HALOT] (Leiden: E.J. Brill, 1994– 2000), pp. 283 e 595. ↩︎
  4. Per un eccellente articolo che documenta i tentativi falliti dello Stato  d’Israele  di mantenere una definizione etnico-religiosa del popolo ebraico, vedere Netanel Fisher, “Who Is a Jew in Israel,” in Leonard J. Greenspoon, ed., Who Is a Jew? Reflections on History, Religion, and Culture, Studies in Jewish Civilization, Vol. 25 (West Lafayette, IN: Purdue University Press, 2014), pp. 129-140. Vedere anche, Yaacov Yadgar, Israel’s Jewish Identity Crisis: State and Politics in the Middle East, The Global Middle East (Cambridge: Cambridge University Press, 2020). ↩︎
  5. Ga. 3:26-29 parla dei credenti in Yeshua come del seme di Abraamo perché abbiamo la stessa fede, ma questo non implica che i credenti siano la discendenza di Giacobbe o “ebrei spirituali”. ↩︎
  6. Cambridge Dictionary, (Cambridge: Cambridge University Press, 2021). s.v. “race” e “ethnic”, accesso del 10 novembre 2021, https://dictionary.cambridge.org/dictionary/english/. ↩︎
  7. Le Scritture che proibiscono il matrimonio interreligioso (ad es., Dt. 7:3; Gs. 23:12; 1 Re 11:2; Ed. 9:12) sono state progettate per proibire matrimoni interetnici o,  piuttosto, interreligiosi. ↩︎
  8. Vedere anche: Ge. 26:2-5, 24; 28:13-15; 35:10-12; e 49:1-33. Nel Talmud, vedere Sanh. 44a. ↩︎
  9. Richard N. Longenecker, “The Acts of the Apostles,” in The Expositor’s Bible Commentary, Vol. 9 (Grand Rapids: Regency Reference Library [Zondervan], 1981), p. 355. ↩︎
  10. Vedere Jacob Jervell, “The Lost Sheep of the House of Israel: The Understanding of the Samaritans in Luke-Acts,” in Luke and the People of God (Minneapolis, MN: Augsburg Publishing House, 1972), pp. 113-132. Vedere anche Eckhard J. Schnabel, Early Christian Mission: Jesus and the Twelve (Downers Grove, IL: InterVarsity Press, 2004), p. 672. ↩︎
  11. Jervell, p. 125. ↩︎
  12. Le moderne convinzioni errate che cercano di identificare il popolo ebraico basandosi su una definizione puramente culturale non verranno affrontate qui, in quanto sono palesemente false. La cultura da sola fornisce una base insufficiente per una definizione da una prospettiva biblica. Esiste anche una ricca diversità di espressioni della cultura ebraica dovuta a secoli di vita nella Diaspora. Non viene inoltre affrontato qui il problema dei matrimoni misti in Esdra 9–10, Ne. 13:23-30, e Ml. 2:10-12. Questa non era una situazione in cui lo straniero esprimeva fede in Dio e il desiderio di unirsi al popolo d’Israele , e quindi, questi matrimoni ponevano un pericolo di defezione spirituale e sincretismo. ↩︎