PRENDIMI QUANDO SONO DISTRUTTO E FAMMI TORNARE AD ESSERE UNO

di Chris Partin [1]

Hai mai rotto qualcosa di prezioso o che avesse un valore sentimentale? Penso che sia successo a tutti noi. Più seriamente, tutti noi siamo stati o ci siamo sentiti a pezzi. Il gruppo rock americano Switchfoot ha pubblicato una canzone intitolata “Live it well” (“Viverla bene”). Una frase dice: “PRENDIMI QUANDO SONO DISTRUTTO E FAMMI TORNARE AD ESSERE UNO”. Prendi il silenzio e fanne una canzone. Poiché viviamo in un mondo decaduto, un mondo spezzato, tutti noi abbiamo a che fare con cuori spezzati, corpi spezzati, relazioni spezzate, promesse infrante, spiriti spezzati e sogni infranti. Viviamo in un mondo in cui la depressione e i disturbi d’ansia sono dilaganti e le lotte finanziarie sono reali. Ogni famiglia sembra essere toccata da problemi di salute di qualche tipo. La dipendenza da alcool, droga o pornografia sta distruggendo vite e famiglie. Tutti conosciamo persone che sono andate in overdose o che si sono suicidate. 

SACCO E CENERE

La disperazione del sacco e della cenere non sono novità per noi. Il dolore e la lotta hanno fatto parte dell’esistenza umana sin dalla caduta. Ai tempi della Bibbia, le persone non utilizzavano le piattaforme dei social media o qualche forma di telecomunicazione per affrontare le loro prove. Eppure, usavano segni esteriori per mostrare il loro dolore. L’usanza più comune era quella di sedersi nella cenere. Per quanto questa pratica possa sembrare strana, è davvero una grande metafora della frattura. Era un modo per le persone di mostrare esteriormente ciò che sentivano e sperimentavano interiormente. Così, la gente si sedeva o addirittura giaceva nella cenere. A volte, si coprivano anche la testa con la cenere. Numerosi personaggi biblici lo facevano quando erano a pezzi. Alcuni esempi sono Tamar dopo essere stata violentata (2 Sa. 13:19), Giobbe dopo le sue calamità (Gb. 2:8), Daniele quando fu esiliato (Da. 9:3), Mardocheo e gli ebrei nel libro di Ester (Et. 4:1), e molti altri. Il Signore stesso menzionò questa pratica quando disse a Israele: O figlia del mio popolo, vestiti di sacco e rotolati nella cenere; fa’ lutto come per un figlio unico, con un pianto amarissimo, perché il distruttore piomberà su di noi all’improvviso (Gr. 6:26a). 

La cenere è l’emblema e il simbolo della morte. I Romani iniziarono la pratica di mettere le ceneri dei morti nelle urne. Una frase comune ai funerali è: “Polvere alla polvere, cenere alla cenere”. L’espressione non è presente nella Bibbia, ma si basa su Genesi 3:19, che recita: Mangerai il pane col sudore del tuo volto, finché tu ritorni alla terra perché da essa fosti tratto; poiché tu sei polvere, e in polvere ritornerai. Tuttavia, l’unica parte della Scrittura che mi è venuta in mente quando penso al dolore e alle ceneri è Isaia 61:1-3: 

Lo Spirito del Signore, l’Eterno, è su di me, perché l’Eterno mi ha unto per recare una buona novella agli umili; mi ha inviato a fasciare quelli dal cuore rotto, a proclamare la libertà a quelli in cattività, l’apertura del carcere ai prigionieri,  a proclamare l’anno di grazia dell’Eterno e il giorno di vendetta del nostro DIO, per consolare tutti quelli che fanno cordoglio, per accordare gioia a quelli che fanno cordoglio in Sion, per dare loro un diadema invece della cenere, l’olio della gioia invece del lutto, il manto della lode invece di uno spirito abbattuto, affinché siano chiamati querce di giustizia, la piantagione dell’Eterno per manifestare la sua gloria.

In Luca 4:17-21, Yeshua lesse i primi due versetti di Isaia 61 e disse che Egli era il compimento di quelle profezie. Il passo promette che ce la faremo – non grazie ad un libro di auto-aiuto o ad un sermone evangelico sulla prosperità o ad un buon messaggio sull’ “andrà tutto bene”. Non ce la faremo neanche perché la soluzione è dentro noi stessi e dobbiamo solo attingere ad essa. Ce la faremo perché Dio lo promette, e – ancora meglio – se ne occuperà personalmente! Possiamo anche essere distrutti, ma non siamo completamente annientati. Finché respiriamo, possiamo ancora essere aggiustati, possiamo ancora tornare ad essere completi. Quindi, la buona notizia è che Dio non ha ancora finito con noi. 

Ci sono molte cose che il mondo promette che possono riempire quel vuoto e quella frattura che possiamo sentire. Eppure, è solo un rimedio temporaneo. L’esercizio fisico migliora il corpo. La terapia può aiutare la mente. Gli amici possono risollevare il morale. La fortuna può migliorare le situazioni. Ma solo Dio può renderci completi, renderci integri. Egli è l’autore e la fonte di tutti i progressi spirituali. Come disse il teologo Giovanni Calvino, Dio sovrintende “l’intero rinnovamento dell’uomo”[2]. Se avete mai visto qualcuno di quei programmi TV che parlano di rinnovazioni, capite bene cosa voleva dire Calvino. Tutti questi programmi seguono lo stesso format: i padroni di casa trovano una proprietà in difficoltà e iniziano a ristrutturarla. Se tutto va bene, finiscono per venderla con un buon profitto. Ma le cose non vanno mai bene. Di solito il progetto inizia con un botto. I padroni di casa cominciano a strappare i vecchi muri, a strappare i cavi elettrici, a scavare nelle fondamenta e a buttare giù le finestre per poterle sostituire con portefinestre. Ma poi arrivano i guai. Le fondamenta sono incrinate, oppure il tetto deve essere sostituito. C’è della muffa nel bagno, e all’improvviso sembra che il progetto di ristrutturazione si sia trasformato in un disastro. I produttori mettono sempre i problemi prima di una pausa pubblicitaria, quindi rimarrete sintonizzati per vedere il risultato. Una volta passata la crisi, i padroni di casa possono finire la ristrutturazione. Ecco cosa ho imparato guardando questi programmi (ed è probabilmente il motivo per cui molti predicatori amano usare questa illustrazione): i lavori di ristrutturazione richiedono sempre più tempo del previsto e costano sempre più di quanto ci si aspettasse. Niente è mai così facile come sembra. Se pensate che le case siano difficili da rinnovare, provate a rinnovare una vita umana spezzata! Ma Dio… sì, Lui può farlo. Lui può prenderti quando sei distrutto e renderti completo. 

UN DIADEMA AL POSTO DELLA CENERE

Qualcuno seduto nella cenere rappresenta il silenzio o il lutto. Ma Dio non solo guarirà le nostre fratture, ma le trasformerà in una lode. Guardate il versetto 3: Dio promette di dare al Suo popolo un diadema invece della cenere. Il contrasto naturale sarebbe la gioia, che Egli comunque dà (Is. 9:3; Rm. 15:3). Ma ciò che Egli promette a coloro che sono distrutti, a coloro che sono seduti nella cenere, è ancora meglio: Dio è disposto a dar loro un diadema invece di cenere. Che scambio incredibile! 

Un diadema non solo dà gioia a noi, ma anche agli altri. Attira le persone verso Dio. Infine, come sottolinea Isaia 61:3, porta gloria a Lui.

 Lo fa per amore. Il rapporto tra Lui e la Sua creazione è stato spezzato. Come è stato ricostruito? Egli venne al Suo popolo. Sperimentò le vulnerabilità della nascita e dell’infanzia. Sperimentò il dolore della delusione. Il Suo spirito umano fu spezzato dalla mancanza di fede dimostrata dalle persone e dal tradimento di uno dei suoi amici più cari. Il Suo corpo fu completamente sfigurato quando fu picchiato, deriso e crocifisso per noi. E di quell’evento terribile, tragico e sanguinoso, noi cantiamo! Trasformò tutto in lode quando risuscitò dalla tomba e mostrò il Suo potere sulla morte. Se ha potere sulla morte, allora ha certamente potere anche sulla nostra disperazione. 

BLOCCHI DI MARMO

A volte dobbiamo essere spezzati prima che Dio possa plasmarci per essere tutto ciò che Lui vuole che siamo. Un’altra illustrazione che noi insegnanti della Bibbia amiamo usare è questa, espressa perfettamente dal dottor Ray Pritchard, autore e pastore: 

Come ha potuto lo scultore creare questa meravigliosa statua? Ecco la risposta dalle sue stesse parole: “In ogni blocco di marmo vedo una statua come se fosse proprio davanti a me, modellata e perfetta nell’atteggiamento e nell’azione. Non mi resta che sbarazzarmi dei muri grezzi che imprigionano la bella apparizione per rivelarla agli occhi degli altri, come la vedono i miei”.[3] Michelangelo rimosse tutto ciò che non assomigliava al David che vedeva nella sua mente. 

Tutti noi siamo blocchi di marmo, opere in corso di lavorazione. Non siamo perfezionati, non siamo glorificati, non siamo completati, come Dio vuole che siamo, come dice Giacomo 1:4. Siamo tutti “in costruzione”. Se avete mai visitato una zona in costruzione, sapete che è rumorosa e disordinata. Mentre i martelli e le seghe continuano, è difficile immaginare quale sarà il risultato finale. Ma Dio solo sa quale sarà il risultato finale. Nella mia mente lo immagino come uno scultore che lavora con un blocco di marmo grezzo. Sta lavorando su un grosso blocco che si chiama “Chris Partin”. È un lavoro duro perché il pezzo è malconcio, deformato, scolorito e crepato in posti strani. In realtà, si tratta del peggior blocco di marmo che uno scultore potesse mai trovare. Ma Dio è imperterrito, e continua pazientemente il suo lavoro, tagliando via le parti cattive, cesellando un’immagine nella pietra dura, fermandosi di tanto in tanto a lucidare qua e là. Un giorno, finalmente, finisce una sezione della statua. La mattina dopo, quando torna in studio, quella sezione è cambiata. Chi si è preso gioco della statua di Dio? Si scopre che sono io il colpevole. Sono il mio peggior nemico. Quello che pensavo avrebbe migliorato le cose, le ha solo peggiorate. Ma Dio è fedele. Prende pazientemente il suo scalpello e torna al lavoro. Sta tagliando via tutto ciò che non assomiglia a Suo Figlio (Rm. 8:29). 

Alla Billy Graham Library di Charlotte, North Carolina, nel luogo dove è sepolta Ruth Graham, sono incise sulla sua lapide queste parole: “Fine della costruzione. Grazie per la vostra pazienza”. Nel mio caso, è evidente che Dio ha una lunga strada da percorrere. Ma sono incoraggiato dalla certa conoscenza che Egli non abbandonerà a metà il Suo progetto. Ciò che Dio comincia, lo finisce (Fl. 1:6); ciò che è rotto, Lui lo aggiusta e lo fa tornare integro. Se oggi leggete questo articolo e vi sentite distrutti, fatevi coraggio. A Dio importa. Lui vi ama. Non ha finito con voi. Non vi ha abbandonato. Vi solleverà da quel cumulo di cenere e vi darà una ghirlanda (o corona) di bellezza. Farà più di questo: vuole incidere una nuova lode sul tuo cuore! Ci ama abbastanza da prenderci così come siamo: distrutti. Ma ci ama troppo per lasciarci così. Così, ci dona un diadema al posto della cenere. Ci rende integri. Rompe il silenzio e ne fa un canto. 

“Nell’anno 1464, uno scultore di nome Agostino di Duccio iniziò a lavorare su un massiccio blocco di marmo imperfetto. Intenzionato a realizzare una magnifica scultura di un profeta dell’Antico Testamento per una cattedrale di Firenze, ci lavorò per due anni e poi si fermò. Nel 1476 Antonio Rossellino iniziò a lavorare sullo stesso pezzo di marmo, abbandonandolo nel tempo. Nel 1501, ad uno scultore ventiseienne di nome Michelangelo, fu offerta una considerevole somma di denaro per produrre qualcosa di valore da quell’enorme blocco di marmo chiamato “il gigante”. Quando cominciò a lavorare, vide un grave difetto vicino al fondo che aveva stigmatizzato gli altri scultori, tra cui (si dice) Leonardo da Vinci. Decise di trasformare quella parte della pietra in un ceppo d’albero rotto che avrebbe sostenuto la gamba destra. Lavorò al progetto per quattro anni, finché non produsse l’incomparabile “David”. Oggi la statua, alta diciassette metri, è esposta alla Galleria dell’Accademia di Firenze, dove la gente viene da tutto il mondo per vederla. Più di un capolavoro, è una delle più grandi opere d’arte mai realizzate. E’ stato detto che non c’è statua più perfetta”. [4]

1- Il dottor Chris Partin è il pastore della chiesa di Plymouth a Raleigh, NC.
2- Giovanni Calvino, Commentaries on the Epistles of Paul the Apostle to the Philippians, Colossians, and Thessalonians (Edinburgh, Scotland: The Calvin Translation Society, 1851), p. 303.
3- Stephen Houlgate, Michael Baur, eds., A Companion to Hegel (Malden, MA: Blackwell Publishing, 2011), p. 63.
4- Ray Pritchard, “The Promise of Transformation.” Crosswalk.com, Salem Web Network, 30 Nov. 2018, www.crosswalk.com/blogs/ dr-ray-pritchard/ the-promise-of-transformation.html. Accessed 12/4/19.

Tradotto da Martina Pifferi Speciale

Questo articolo è uscito per la prima volta in Ariel Magazine USA, nel Marzo 2020

2 commenti su “PRENDIMI QUANDO SONO DISTRUTTO E FAMMI TORNARE AD ESSERE UNO”

  1. L’articolo è di una profondità tale che lavora cesellando sia la mente che il cuore!…siamo quel pezzo di marmo che Dio lavora fino a farne un capolavoro, siamo quelle case che devono essere ristrutturate perché acquistino valore…dobbiamo accettare il fatto che siamo a pezzi e che Lui ci deve far tornare ad essere interi!!!❤….mi ha scaldato il cuore, infondendo una pace di consapevolezza, Lui sta operando nella mia vita!😘

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