HaTikvah – La Speranza

di Tim Velasco

Per più di due millenni, ebrei di ogni genere, sia laici che religiosi, hanno sperato di tornare nella terra dei loro padri. Questa speranza è cresciuta in intensità con l’avvento dei movimenti nazionalisti dell’Europa dei primi dell’Ottocento, che ha portato a maggiori opportunità di una più piena integrazione degli ebrei, in varie posizioni all’interno del governo e della società. [1] Questi movimenti costruirono una strada lontana dai ghetti dell’Europa occidentale e dai “pallidi insediamenti” dell’Europa orientale [2] in un nuovo mondo in cui [3] “vecchie/nuove” nazioni venivano fuori da imperi in decomposizione. Ciò portò molti ebrei a sperare, con rinnovato vigore, nell’idea [4] che era rimasta nell’anima di ogni ebreo, dall’inizio della diaspora: “L’anno prossimo a Gerusalemme!” Un esempio straordinario di questa grande speranza può essere visto nell’inno nazionale ufficiale dello Stato di Israele, chiamato HaTikvah o “La speranza”. Questo inno nacque come poesia nel cuore di Naftali Herz Imber nel 1877, come reazione alla notizia della fondazione del Petah Tikva (Apertura della Speranza) nella Palestina ottomana.[5] La poesia fu successivamente messa in musica e adottata come inno del Primo Congresso Sionista nel 1897, guidato da Theodore Herzl. Lo stesso Imber fece aliyah [6] verso la nascente Israele e condivise la sua poesia con molti dei primi immigrati sionisti. È interessante notare che non è stato adottato ufficialmente come inno nazionale di Israele fino al 2004, e questa qui sopra è la forma abbreviata. [7] Come credente gentile nel Messia ebraico Yeshua e come pilota di linea aerea, ho avuto il privilegio di vedere questa tikvah, questa speranza, materializzarsi sotto i miei occhi alcuni anni fa nelle prime ore del mattino fuori dalla finestra della cabina di pilotaggio di un aereo di linea. L’immagine è radicata nella mia anima e non mi lascerà mai. Mentre volavamo nel cielo notturno verso est, sul Mar Mediterraneo, a nord, in lontananza, c’erano le deboli luci gialle del Libano, e a sud, le luci fioche dell’Egitto. Eppure davanti a me, si profilavano sempre più accese, le luminose luci bianche di Tel Aviv. Nel lontano ovest, penso di aver visto, o forse speravo semplicemente di vedere, Gerusalemme, la città del mio Re. La speranza del popolo ebraico, molto spesso, non rientra negli schermi radar di molti gentili all’interno della Chiesa. Non hanno alcun legame con la speranza che gli ebrei hanno avuto dall’inizio della diaspora di vederli tornare nella propria terra. E perché dovrebbero, quando la chiesa, nel corso dei secoli, ha fallito così miseramente nella prima ed essenziale missione comandata da Dio di condividere la speranza trovata solo nel Messia ebraico con il popolo ebraico (Ro. 1:16) divenendo effettivamente una fonte di grande persecuzione, miseria e morte? [8] L’attuale presidente di una delle più antiche missioni per gli ebrei lo ha spiegato chiaramente dicendo: “È la grande omissione della grande commissione”. [9] La chiesa non dovrebbe solo condividere la speranza del Messia con il popolo ebraico, ma anche condividere la speranza della restaurazione della terra di Israele, non come sotterfugio apocalittico, ma nella sincerità dell’amore divino ordinato da Dio. Eppure, dove la chiesa per molti aspetti ha fallito, Dio non lo ha fatto. Per la sua grazia, ha messo nel cuore di questo Gentile, e nei cuori di innumerevoli altri come me, un amore e un profondo desiderio per l’Eretz [10] e per la restaurazione della sua gente ad essa nella fede che è impossibile tradurre in parole. Oh, quanto desideriamo che Israele e il suo popolo vedano questa duplice speranza — di salvezza e di restaurazione — finalmente e pienamente realizzata! Niente può portarci più gioia! Questa speranza non è vana, poiché Colui che garantisce è potente da salvare (Is. 63:1). In cosa consiste questa speranza? In particolare, cosa significa la parola ebraica הקות) tikvah) e la sua radice קוה) qawa)? Qawa è composto dalle tre lettere ebraiche ק) kof), ו) vav) e ה) he). [11] Porta l’idea di una corda o filo usato per legare insieme, radunare o collezionare. Coinvolge anche l’idea di aspettative ripiene di speranze. [12] È opinione dell’autore che l’origine di questo duplice significato sia probabilmente associata all’idea della speranza del raccolto, in cui il grano è raccolto secondo un ciclo annuale. Questa speranza è di grande importanza nelle antiche società agrarie, che se lasciata insoddisfatta potrebbe portare al disastro. Il doppio significato contenuto nella radice qawa sia di “filo o corda” che di “aspettativa speranzosa” e la sua parola derivata tikvah può essere visto in Giosuè 2. Lì, a Rahab è comandato di legare il filo scarlatto טוח o corda [13] dalla finestra (Gs. 2:18) per avvisare gli uomini che combattevano di non attaccare quella casa e coloro che vi si erano rifugiati durante la conquista di Gerico. Più tardi, nello stesso capitolo, il termine ebraico tradotto in inglese con “corda” non è la parola solitamente usata טוט come in precedenza nel versetto 18, ma הקות, tikvah (Gs. 2:21). [14] Quindi, si potrebbe forse rendere una traduzione più letterale della seconda metà del versetto 21 come “Ed ella legò la speranza scarlatta alla finestra.” Rahab dovette aspettare molto tempo affinché questa speranza si realizzasse. Dovette aspettare che le spie tornassero al campo e che Israele attraversasse il Giordano, costruisse l’altare di pietre a Ghilgal, circoncidesse tutti gli uomini, celebrasse la prima Pasqua nel paese, incontrasse il comandante degli eserciti del Signore, marciasse per sei giorni intorno alla sua città e infine marciasse il settimo giorno per sette volte, tutto questo seguito dal grande tumulto delle mura che cadevano. Chissà se Rahab esitò nella sua “speranza scarlatta”. Mise in dubbio la sanità mentale della sua decisione di confidare in questo Dio straniero nel bel mezzo di questo crescendo di terrore che sorgeva proprio fuori dalla sua finestra, che era stata costruita nelle mura di Gerico (Gs. 2:15)? Dal momento che questa donna gentile – che si ritiene non avesse una buona reputazione – è inclusa nella genealogia terrena del nostro Messia (Mt. 1:5), credo proprio che la sua speranza non fosse davvero vana. Che la parola tikvah e la sua radice qawa includessero anche il concetto di attesa – un’estensione logica del concetto di “aspettativa speranzosa” – è ulteriormente esemplificato nella seguente interessante osservazione: i traduttori della Septuaginta, di lingua greco ebraica, tendevano a tradurre qawa non con la parola greca resa in inglese come “speranza”, ma con altre parole greche che accentuavano la nozione di “attesa”. [15] Ma perché? Il problema è linguisticamente complesso e va oltre lo scopo di questo articolo e le capacità di questo autore, ma forse la risposta sta nel modo in cui il mondo greco gentile dell’epoca considerava l’idea di speranza espressa nella parola ελπίζω (elpizo). [16] Una favola greca parla di un barattolo che conteneva tutto ciò che era buono, ma l’uomo purtroppo sollevò il coperchio e tutto il bene fuggì, lasciando solo l’elpizo, o la speranza. [17] Gli antichi filosofi greci parlavano di elpizo come di un qualcosa che è centrato sull’uomo, in quello che l’uomo può, con le sue azioni nel presente, realizzare ciò che spera in una realtà per il futuro. [18] Ma la comprensione ebraica della speranza non è la stessa. Soprattutto nei Salmi, sia nella sua forma verbale (più frequente) che nella forma sostantivo (meno frequente), la tikvah porta l’idea dell’attesa e dell’aspettativa – non nell’uomo, ma in Dio, l’unico in grado di portare a compimento ciò che si spera, [19] e questo non escludendo le necessarie azioni di obbedienza. Il teologo tedesco Rudolf Bultmann lo disse bene:

La speranza (nel AT) non è un sogno consolante dell’immaginazione che ci induce a dimenticare le nostre difficoltà attuali, né siamo avvertiti delle relative incertezze, come nel mondo greco. La vita del giusto è radicata nella speranza… Questa speranza è naturalmente diretta a Dio… questa speranza fiduciosa è sempre richiesta… anche in tempi di benedizione. [20]

Per ribadire questo in modo semplice e generale, la mente greca cerca di controllare un futuro che non può controllare in modo efficace e affidabile, attraverso le proprie azioni nel presente. La mente ebraica, d’altra parte, riposa e obbedisce al Dio che tiene il futuro nelle Sue potenti mani. Conoscendo questa differenza, è davvero così sorprendente vedere la chiesa moderna, per lo più Gentile, combattere così duramente per quello che chiama “giustizia sociale”, come per far scendere il paradiso sulla terra? Portare a compimento la propria versione della speranza? [21] È davvero così sorprendente che molti cosiddetti cristiani abbiano abbandonato l’idea di un ritorno visibile e corporeo del nostro Salvatore? È davvero così scioccante che la maggior parte dei cristiani abbia abbandonato il concetto antico e biblico del regno millenario del Messia sulla terra (Ap. 20) e quello di Gerusalemme? Non si deve essere un figlio di Issacar (I Cr. 12:32) o un moderno Daniele per vedere tutte queste cose senza essere sorpresi. La scritta è davvero sul muro; e leggere la Bibbia dalla sua propria prospettiva ebraica è una fonte di grande tikvah, sia nel presente, come testimonianza della sovranità di Dio, che nel futuro escatologico, nella garanzia della redenzione e della restaurazione sia per gli ebrei che per i gentili. Non sto discutendo sulla superiorità del pensiero ebraico sul pensiero greco, ma sto inequivocabilmente sostenendo che solo il Dio di Israele, è Dio. Se uno desidera avere speranza in questa vita, deve prima girare e legare “il filo scarlatto” alla propria finestra e confidare nel Dio di Israele. Indipendentemente da ciò che accade al di fuori del mondo, solo Dio controlla gli affari dell’uomo. Non lo fa in modo reazionario, come affermano i molti falsi dèi di questo mondo che non sono affatto dèi (Ga. 4:8). Piuttosto, Egli conosce e controlla la fine dall’inizio. Questa è HaTikvah, questa è la speranza: sapere che qualunque cosa stia succedendo nella mia vita o a coloro che mi stanno vicino – che si tratti di malattia, benedizioni, sconfitte o vittorie – che qualunque cosa capiti, il Dio di Israele ha promesso che Egli sarà con me attraverso il Suo Spirito Santo (I Co. 1:22) e la Sua Parola scritta, e che un giorno mi prenderà per stare con Lui, là dove Egli è (Gv. 14:1-4). La canzone HaTikvah era conosciuta da molti ebrei che morirono nell’Olocausto non come un inno nazionale, ma come un canto dell’anima, un canto di speranza, poiché lo Stato di Israele era ancora un sogno. Un testimone oculare riferì che nel 1944 alcuni ebrei della Cecoslovacchia iniziarono spontaneamente a cantare l’HaTikvah quando si fermarono davanti alle porte di una delle camere a gas di Auschwitz. [22] Naturalmente, dopo essere stati picchiati si incamminarono verso la loro morte. Quale speranza avevano in quel momento? Solo Dio lo sa. Quello che sappiamo è che oggi è davanti ai nostri occhi e agli occhi di tutto il mondo una testimonianza della prima puntata di questa grande speranza: la moderna nazione di Israele [23]. Tuttavia, è solo in parte, perché il futuro e la piena speranza arriveranno quando il Messia governerà le nazioni da Gerusalemme. Io come Gentile, insieme ai miei fratelli e sorelle ebrei, e milioni di altri credenti Gentili proprio come me, assisterò di persona all’adempimento della nostra tikvah quando, in gioiosa unità (Sl. 133), ci sottometteremo al dominio del nostro Grande Re ebreo, da Gerusalemme (Ap. 20:1-6). Questa è HaTikvah, questa è la speranza, e questo si adempirà!

Traduzione a cura di Martina Pifferi

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta da Ariel Ministries USA in Ariel Magazine, nel Giugno del 2019

1 H. H. Ben-Sasson, A History of the Jewish People (Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press, 1997), p. 727-858.

2 Abba Eban, My People – The Story of the Jews (New York City, NY: Random House, 1968), Chapter 15.

3 Come illustra il romanzo Altneuland di Theodor Herzl.

4 Come contenuto in molti trattati sull’argomento di Arthur Hertzberg, ed., The Zionist Idea (Westport, Connecticut: Greenwood Press, 1975).

5 Tratto da Wikipedia.

6 Quando un ebreo immigra in Israele.

7 Vedere anche: https://www.myjewishlearning.com/article/hatikvah/

8 Michael L. Brown, Our Hands are Stained with Blood (Shippensburg, PA: Destiny Image Publishers, 1992).

9 Dr. Mitch Glaser, CPM, remarks made during Pre-Trib conference 2018 in Dallas, TX.

10 Terra di Israele.

11 Theological Dictionary of the Old Testament (TDOT).

12 Ibid.

13 MED – Mounce’s Complete Theological Dictionary of the Old and New Testament.

14 Ibid.

15 TDOT

16 “Theological Dictionary of the New Testament” TDNT.

17 Ibid.

18 Ibid.

19 TDOT

20 TDNT

21 La vera giustizia sociale si ha solo quando i veri credenti in Yeshua fanno ciò che è giusto e vero per Lui e la Sua Parola.

22 Shirli Gilbert, Music in the Holocaust: Confronting Life in the Nazi Ghettos and Camps (New York City, NY: Oxford University Press, 2005), p. 154.

23 Ariel Ministries, MBS189, by A. G. Fruchtenbaum.

2 commenti su “HaTikvah – La Speranza”

  1. Se uomini davanti alle camere a gas,in un viaggio verso la morte, hanno cantato un canto di SPERANZA…come possiamo noi non riporre la nostra fiducia nell’Eterno! Grazie per questo articolo, che ci ricorda di “legare “il filo scarlatto” alla propria finestra e confidare nel Dio di Israele”!!!

  2. È proprio ammirando la perfezione delle Sue opere che la nostra speranza viene trasmessa come una sicurezza. Gesù ha compiuto tutto secondo un piano perfetto non senza dolore, perdonando le nostre imperfezioni! Grazie Padre!

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